La storia di questo libro è un pò particolare: mi è capitato tra le mani in un autogrill quasi per caso, buttato nel mucchio insieme ad altri libri in offerta speciale. Visto però l’argomento che tratta (la pena di morte negli Stati Uniti), e il prezzo davvero conveniente col quale veniva offerto, l’ho comprato e letto dopo poco tempo.
Scott Turow, avvocato e scrittore americano, ha fatto parte di una speciale commissione istituita nello stato dell’ Illinois per proporre sostanziali modifiche alle leggi che disciplinano l’applicazione della pena di morte, e con questo libro ha fatto, con grandissima sincerità e nessuna ipocrisìa, una serie di interessanti considerazioni su quello che comunque è un argomento di estrema delicatezza: decidere o meno la morte di persone che si siano rese colpevoli di reati particolarmente efferati. ecco di seguito alcuni brani tratti dal libro:
“Spesso i metodi utilizzati per ottenere una confessione non andavano troppo per il sottile. Ronald Jones, condannato per violenza carnale e omicidio a Chicago nel 1985, sostenne sempre che gli avevano estorto la confessione a suon di botte. Lo Stato ribattè che i segni visibili sul volto di Jones al momento dell’arresto erano dovuti a una malattia della pelle. Anni dopo, le prove fornite dal test del DNA stabilirono senza possibilità di errore che la confessione di Jones era falsa. (….) Senza dubbio, gli errori di identificazione sono stati riconosciuti come la causa principale degli errori giudiziari in tutto il paese.”
“Alcuni dei più coraggiosi sostenitori della pena di morte sono disposti ad ammettere che la presenza di un sistema capitale porta inesorabilmente all’esecuzione di qualche innocente. Essi ritengono che i vantaggi che derivano dalla pena di morte valgano il prezzo da pagare. (…) Ma quando si tratta di una istituzione idealizzata come la giustizia, non credo che la maggioranza degli americani accetti di buon grado il prezzo da pagare. Per gran parte di noi la prospettiva di mandare a morte un innocente stende un drappo scuro sulla pena di morte.”
Un giorno l’autore ebbe un incontro con suor Helen Prejean, autrice di Dead Man Walking la quale, durante un pranzo ufficiale tenne un discorso molto interessante. Le discussioni stavano andando un pò per le lunghe, al che la Prejean se ne uscì in più occasioni con un’ affermazione semplice ma terribile:
“Se davvero credete nella pena di morte, chiedetevi se sareste disposti a essere voi ad iniettare il veleno letale“
Ineccepibile. Come del resto quando Turow ammette che effettivamente, in caso di delitti particolarmente efferati, lui sia favorevole alla pena capitale. Il vero problema è, molto semplicemente,
“…se sia possibile costruire un sistema che punisca solo i rari casi giusti, evitando di condannare anche persone innocenti o che non meritano il castigo. (…) Permettere che Gacy e Brisbon (citati dall’autore nei precedenti capitoli quali artefici di terribili omicidi violenti – ndr) continuino a vivere è un’idea insopportabile, addirittura vergognosa se si pensa che la legge deve dire ai parenti delle vittime che le tasse che pagano contribuiranno a mantenere questi uomini.”
Si tratta davvero di una questione davvero complessa e di una delicatezza oserei dire suprema. Personalmente non invidio minimamente coloro che si debbano trovare a sbrogliare simili matasse…



