L’argomento di questo libro di Maurizio Pallante è di certo interessante: Non ci pare che stiamo tutti correndo troppo? Lavoriamo sempre di più, ci danniamo sempre di più per ottenere più comodità, per comprare più cose belle/utili, e poi per pagarle ci troviamo costretti a lavorare e guadagnare ancora di più: Lavorando di più avremo sempre meno tempo a disposizione e saremo costretti a delegare ad altri tutte quelle mansioni che non abbiamo più il tempo di svolgere, e per doverli pagare ci troviamo a dover lavorare di più. Ed ecco che ricomincia il giro infernale.
Se si leggono i giornali o si guarda la televisione, si sente sempre parlare insistentemente di “crescita del PIL”: se non cresce è un dramma! Ma chi ci dice che non possiamo star bene anche senza dover di continuo aumentare la produzione e i consumi a tutti i costi? Se per un pò questo famoso PIL non sale di poche pidocchiose frazioni percentuali, o peggio ancora c’è un piccolissimo calo (in questo caso si parla di “Crescita Negativa“, orrendo termine di un’ipocrisia senza pari) siamo inevitabilmente sull’orlo della recessione!
Ecco allora farsi avanti il fronte della “decrescita”, sostenuto da coloro che pensano sia davvero ora di darci una calmata, spaccarci di meno la schiena per comprarci l’ultimo schermo LCD a cristalli liquidi da 82 pollici di cui non-si-può-fare-a-meno, o comprare una auto nuova perchè la “vecchia” (uso le virgolette apposta) ha ormai tre/quattro anni e il modello nuovo ha una nuova plancia e il navigatore satellitare di serie. Solo che per pagarti tutte queste belle cosine devi fare motagne di straordinari e alla fine non hai il tempo di goderti ciò che hai comprato e magari devi pagare un salatissimo asilo privato per il figlio, perchè sia tu che tua moglie lavorate tutto il giorno.
Per carità, anche a me piacciono le comodità, come a tutti! E non vorrei affatto offendere coloro che magari un lavoro decente non ce l’hanno nemmeno! Basta non diventare schiavi del consumo a tutti i costi e godersi un pò di più la vita. E la qualità della vita non si misura in base alla cilindrata della macchina che possiedi.
“I segnali sulla necessità di rivedere il parametro della crescita su cui si fondano le società industriali continuano a moltiplicarsi. (…) Eppure gli economisti e i politici, gli industriali e i sindacalisti con l’ausilio dei mass media continuano a porre nella crescita del prodotto interno lordo il senso stesso dell’attività produttiva. In un mondo finito, con risorse finite e con capacità di carico limitate, una crescita infinita è impossibile, anche se le innovazioni tecnologiche venissero indirizzate a ridurre l’impatto ambientale, il consumo di risorse e la produzione di rifiuti. queste misure sarebbero travolte dalla crescita della produzione e dei consumi in paesi come la Cina, L’India e il Brasile, dove vive circa la metà della popolazione mondiale. (…) Forse è arrivato il momento di smontare il mito della crescita, di definire nuovi parametri per le attività economiche e produttive, di elaborare un’altra cultura”.
Il che, detto in parole povere e quasi banali, vorrebbe più o meno dire: Prima o poi a furia di produrre, consumare, ammassare maree di prodotti inutili e sfruttare le risorse naturali che non sono infinite, va a finire che il mondo ci farà avere il conto.
Ma che ce ne frega? mica lo pagheremo noi ‘sto cavolo di conto! saranno problemi delle generazioni future, giusto?




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