Siamo la civiltà dei rubinetti aperti: ogni giorno li apriamo tranquillamente per gli usi più disparati, facendo defluire ettolitri di prezioso liquido che viene utilizzato solo in piccola parte e per il resto finisce col defluire direttamente negli scarichi. Senza nemmeno farci caso, abbiamo dimenticato la nostra immensa fortuna ed anzi la sperperiamo, con la scusa che “la pago, quindi posso farci quello che voglio”, se non peggio ancora per semplice sbadataggine o menefreghismo, ignorando tutto l’immenso lavoro che porta l’acqua potabile dalla fonte fino nelle nostre condutture.
“L’acqua abbonda sulla Terra, ma il 98% di essa è salata, il 2% è acqua dolce e appena un magro 0,02% del totale è utilizzabile dall’uomo. Dunque la quantità d’acqua dolce disponibile è di circa 6.900 metri cubi per abitante all’anno; una quantità apprezzabile.(…) Dietro questa apparente abbondanza si nascondono diseguaglianze territoriali. L’acqua sulla Terra è drammaticamente mal distribuita: mentre alcuni paesi dispongono di grandi quantità d’acqua, altri invece devono cavarsela con risorse idriche rinnovabili molto limitate. L’Asia, che conta il 61% della popolazione mondiale, possiede solo il 36% delle risorse idriche utilizzabili; l’Europa ospita il 12% della popolazione ma l’8% delle risorse idriche; al contrario, in America del sud vive il 6% dell’umanità, ma vi troviamo il 26% delle risorse” (pagg. 5-6)
E’ più o meno lo stesso problema del cibo: varie fonti confermano che nel mondo verrebbe prodotta una quantità di cibo tale da soddisfare il fabbisogno di oltre 10 miliardi di persone, ma nonostante ciò intere popolazioni rischiano letteralmente di morire di fame, mentre noi buttiamo nella pattumiera il 30% del cibo che acquistiamo. Risulta chiaro quindi che si tratta solo di un problema di cattiva distribuzione, legata in parte ad una sfortunata distribuzione naturale, ma anche – e questo è grave – ad egoistici fattori politici e economici, di cui noi siamo parte attiva ed integrante.
Le stesse abitudini alimentari di tipo occidentale, che prevedono un esagerato consumo di carne, stanno prendendo sempre più piede nei paesi dell’estremo oriente o in quelli che definiamo “in via di sviluppo”, portando purtroppo ad un aumento enorme del consumo di acqua e ad uno sfruttamento sempre più intensivo di appezzamenti di terreno, necessari per allevare un numero di capi in costante aumento. Tutto ciò porta ad un rapido esaurimento delle risorse naturali, senza dar modo alla natura di rimpiazzarle in maniera adeguata nel tempo. Illuminante è a tal proposito la tabella riportata sotto, contenuta a pagina 42:
Quantità d’acqua approssimativamente necessarie per la produzione di derrate alimentari:
“Acqua” di Frèdèric Lasserre è ricco di dati e tabelle a conferma della tesi di base, e cioè il fatto che quella dell’acqua potabile è una questione di FONDAMENTALE importanza. L’acqua è l’origine di ogni forma di vita, la fonte attorno alla quale innumerevoli popolazioni e civiltà sono nate e progredite, e per accedere alla quale scoppiano sempre più spesso furibonde dispute che non di rado sfociano in vere e proprie guerre dell’acqua.
“Il compito dei gestori delle risorse idriche non è per niente facile: la loro missione è quella di assicurare il soddisfacimento dei bisogni fondamentali e di quelli voluttuari. Questa non è una risorsa come le altre: necessaria per alcune attività come l’agricoltura o numerosi processi industriali essa viene anche percepita come un diritto fondamentale. Senza di essa non si può vivere. L’acqua è un elemento fondamentale per la vita perché la dobbiamo bere per vivere, ma anche perché ne abbiamo bisogno per produrre il nostro cibo. A tutto ciò si aggiunge la dimensione geopolitica dell’agricoltura, simbolo tangibile dell’appropriazione dello spazio. Si capisce allora che gestire la domanda idrica non è un compito paragonabile a quello della gestione dell’approvvigionamento di gas, elettricità o benzina” (pag.155)
Una volta appurata la situazione, sorge spontaneamente la questione su cosa possiamo fare pure noi singoli cittadini per affrontare la situazione. E’ vero che buona parte dell’acqua potabile mondiale viene utilizzata appunto nell’agricoltura e in vari processi industriali, e quindi dovrebbe essere compito di governi ed istituzioni cominciare subito a rimodulare usi e consuetudini ormai radicate al fine di permettere una migliore redistribuzione di questo prezioso liquido. Ma anche noi singoli cittadini dovremmo cominciare a fare la nostra parte perlomeno nella vita di tutti i giorni. Qualcuno allora dirà un po’ stizzito: “Ecco un altro ambientalista snob che pensa che chiudendo l’acqua corrente quando ci si lava i denti si possano risolvere i problemi della carenza d’acqua nel mondo!” Certo che no, il comportamento virtuoso di una sola persona non può risolvere molto, ma può essere contagioso e moltiplicare i suoi effetti. E comunque non può essere una scusa, specialmente se si tiene conto che (come letto ad inizio articolo) il problema principale è che di acqua potabile in termini assoluti ce ne sarebbe abbastanza per tutti, ma è terribilmente mal distribuita in sul globo.





Pubblicato il31 dicembre 2011
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