Il Costo della Democrazia – Cesare Salvi e Massimo Villone

Pubblicato il8 gennaio 2012

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il costo della democrazia

La nuova edizione di questo libro fa subito un piccolo omaggio a “La Casta” di Gian Antonio Stella ed Antonio Rizzo, che oltre ad essere un buon libro è diventato il simbolo delle proteste ed i movimenti che si battono per l’abolizione (o perlomeno il drastico ridimensionamento) di prebende, compensi fuori misura, sproporzionati benefit e privilegi vari. Ma il problema non è solo quello dell’immoralità dei soldi che guadagnano tanti esponenti del mondo politico, bensì:

“…non è questione solo di soldi a carico del bilancio pubblico, sicuramente esorbitanti e fuori controllo, ma anche di crescente inefficienza delle pubbliche amministrazioni, di servizi tanto costosi quanto inadeguati, di elefantiasi da federalismo, di ostacoli alla governabilità, alla competitività, alla modernizzazione dell’Italia. E’ chiaro che le responsabilità non riguardano solo i politici in senso stretto, ma investono la classe dirigente complessiva del Paese. Gli scandali bancari mostrano che economia e finanza sono più che disponibili a un rapporto perverso con la politica” (pag. VIII)

  Gli autori di questo volume non si limitano quindi a fare “solo” uno spietato elenco degli immorali sprechi che tuttora vengono perpetrati nel mondo della politica, ma si spingono oltre, facendo pure un quadro -appunto- del contesto politico e sociale (l’edizione del libro risale al 2007) in cui prosperano.  Alla questione puramente economica si affianca pure quella morale, che non è di certo meno importante, visto che la classe dirigente dovrebbe dare l’esempio. “Il costo della democrazia” è un volume pieno di dati e tabelle, che sebbene risalgano a cinque/sei anni fa sono comunque molto illuminanti e ci danno un’idea della situazione, visto che nel frattempo  non è di certo migliorata. Perché è così difficile sapere esattamente quanto guadagnano parlamentari e vari esponenti del mondo politico? Forse è difficile perché ci sono indennità, vitalizi, rimborsi spese forfettarie per i quali NON è necessario portare giustificazioni (te li danno e basta, anche se poi quei soldi non li hanno spesi davvero), nonché vari benefit, gratuità e privilegi vari che si assommano in maniera caotica e non sempre cristallina, cosicché alla fine tirare le somme diventa impresa ardua. E quanto costa davvero all’Italia mantenere in piedi tutto l’apparato politico-burocratico? Pure qui la risposta richiede grandi lavori di ricerca.

  Intanto si potrebbe iniziare con il semplificare il numero delle voci di spesa, riducendole al minimo, anche senza portare ad una considerevole diminuzione monetaria, ma arrivando almeno ad avere un quadro comprensibile e trasparente delle cose (fra l’altro il solo sfrondare tante anacronistiche voci di spesa sarebbe di per sé un grande risparmio). Fatto ciò si potrebbe poi attuare tagli alla spesa fatti ben bene, che si può ottenere solo quando se ne ha il reale controllo. E infatti:

“Ci si può domandare come mai tutto ciò che abbiamo fin qui analizzato e raccontato possa accadere. Non ci sono regole? Non ci sono filtri di controllo, meccanismi di responsabilità? Chi sono e dove sono i controllori? Quali le sanzioni? E’ un capitolo amaro questo che si apre con tanti interrogativi. Anticipiamo una sintetica risposta: negli ultimi quindici anni le maglie della rete dei controlli e delle responsabilità penali, amministrative, contabili e politico-istituzionali sono diventate troppo larghe” (pag. 73)

  Per non parlare poi del vizio tipicamente nostrano delle raccomandazioni e della necessità per chiunque svolga un compito socialmente rilevante di dover avere il benestare del politico di turno, al quale dovrai pagare un lunghissimo e costosissimo debito di riconoscenza per averti “appoggiato” al momento giusto?

“…quale autonomia può avere un dirigente pubblico se che arrivare o restare ai vertici dell’amministrazione, con retribuzioni molto elevate, dipende dal ben volere del ministro o dell’assessore di turno? E il medico che deve passare nei luoghi del potere politico per svolgere la sua professione, per diventare primario? E l’avvocato scelto discrezionalmente dal politico di turno per incarichi professionali che magari potrebbero benissimo essere svolti dagli uffici legali di cui tutti tutti gli enti pubblici italiani sono abbondantemente dotati? E che cosa deve pensare della politica il disoccupato del Mezzogiorno che ha un lavoro nero o precario, il trentenne laureato a pieni voti costretto a partirsene dal sud perché il lavoro per lui non c’è, se non passa per certe anticamere? E il professore universitario, allettato da consulenze tanto lucrose quanto inutili?” (pagg. 160/161)

  Ultimamente sembra che le cose si stiano muovendo nel senso giusto, visto anche il fatto che la “crisi economica” (e qui ci sarebbe da aprire un capitolo a parte, per ora soprassediamo) costringe i comuni cittadini a stringere la cinghia e chiaramente girano le balle a vedere dove vengono buttati certi denari. Strati sempre più vasti della nostra società – inclusi alcuni rappresentanti del mondo politico per fortuna – chiedono a gran voce che vengano eliminati sprechi e privilegi. Chi ha in mano la cosa pubblica deve guadagnare bene, ma deve pure giustificare il suo stipendio.

  Il vero salto di qualità si avrà solamente  quando nel nostro Paese tutti faremo la nostra parte  e non dovremo più finalmente mendicare i nostri meriti.