Esperti di troppo – Ivan Illich

   La società odierna è caratterizzata da una iperspecializzazione, che da un lato esperti di troppoci porta a poter conoscere aspetti della scienza, della tecnologia e della vita in genere che prima non riuscivamo nemmeno ad immaginare, ma dall’altro lato ci porta ad una conoscenza delle cose troppo specializzata, direi di tipo “verticale”, che spesso ci impedisce di vedere le cose da un punto di vista più globale. Come in una grande fabbrica, dove ogni operaio, con l’aiuto di moderni macchinari e nuove conoscenze, ha precise mansioni e riesce a fare delle cose di per sé notevoli. Ognuno di questi lavoratori però ha a malapena idea di ciò a cui sta lavorando (cosa che invece si può ancora vedere a livello artigianale o di piccole imprese).

   Siamo capaci di fare cose straordinarie, ma al contempo troppo dipendenti dalle capacità altrui, trovandoci ad essere quasi inetti quando si tratta di doverci arrangiare da soli (e mi riallaccio a questo punto ad un altro articolo che ho scritto poco tempo addietro). La modernità ci ha concesso strumenti una volta impensabili che ci permettono di liberarci dalla miseria, dalla malattia, dall’ignoranza, ed in genere da tutta una serie di “schiavitù” di tipo sociale ed economico. Ma il rischio che stiamo correndo è quello di perdere di vista gli equilibri naturali della vita, divenendo schiavi di troppe innovazioni che troppo spesso sono fini a sè stesse, perdendo troppo tempo dietro alle innovazioni ed alle migliorie (anche quando non è il caso), e dimenticandoci quindi di vivere in maniera – appunto – più umana e conviviale.

   Questo può essere il senso del libro di Ivan Illich, “Esperti di troppo – Il paradosso delle professioni disabilitanti”, che è sempre stato un personaggio sopra le righe, considerato da molti un vero e proprio anarchico del pensiero. Di sicuro un uomo che ha sempre cercato di vivere in maniera coerente con le sue idee, considerato da molti anche scomodo ed estremo. Leggendo il libro vengono fuori anche affermazioni molto più dure di quanto descritto nelle righe precedenti, scagliandosi con veemenza contro molte istituzioni e professioni considerate “disabilitanti”, in quanto ad un certo punto impediscono ai non addetti ai lavori di provare a fare per conto loro o creano nuovi bisogni o patologie loro necessarie per continuare a fare la voce grossa. Vengono quindi lanciate accuse pesanti alla categoria dei medici, degli assistenti sociali, dei manager e degli avvocati, sia da Illich che dagli altri co-autori: Irving K. Zola, John McKnight, Jonathan Caplan e Harley Shaiken. Si può essere d’accordo o meno con loro, ma occorre ammettere che hanno dimostrato un grande coraggio nell’affermare le loro idee.

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